
Questo è il mio ultimo contributo. Concludo offrendo la cosa più preziosa che ho ora: un libro. Un manuale (universitario, ma molto poco da manuale), realizzato da una donna e quattro uomini, intitolato Educare e comunicare. Spazi e azioni dei media (Mondadori Università, Milano, 2008), con il quale Alberto Abruzzese e Roberto Maragliano, curatori, Mario Pireddu, Giovanni Fiorentino ed io abbiamo dato conto del nostro modo di considerare i media, osservandoli in azione in alcuni luoghi fondamentali dell’esistenza: la città, la casa, la scuola. I due curatori lo hanno fatto in termini generali, giocando a scambiarsi i ruoli: Abruzzese, appartenente all’ambito della comunicazione, ha sviluppato una densa riflessione sulla formazione; Maragliano, appartenente all’ambito della formazione e della didattica, ha sviluppato un lucido ragionamento sulla comunicazione. Gli altri autori hanno scelto, come frutto di una discussione comune, ciascuno uno spazio da esplorare, nel quale ricostruire, descrivere e interpretare la presenza e le azioni dei tanti media che costituiscono il “tessuto”, normale e quotidiano, dell’esperienza.
Lo spazio che ho scelto io è la casa, intesa come luogo fisico e simbolico della vita privata; teatro esistenziale il cui palcoscenico è il salotto, e le cui rappresentazioni sono sempre più aperte al mondo, sempre più pubbliche, dal momento in cui tanti media diversi sono entrati in casa portando il mondo dentro; ciò da molto prima che la televisione troneggiasse al centro del soggiorno (e pensate ora che in tantissime abitazioni ci sono televisori in ogni ambiente!). La soglia tra vita privata e vita pubblica è sempre più sottile, e l’esistenza si svolge sempre più spesso sulla soglia, intesa come confine fluido tra il mondo conosciuto e immensi territori inesplorati, tra il bisogno di approfondimento e la necessità di esplorazione.
Le donne, dall’interno delle loro stanze, a volte sulla soglia di casa, hanno condiviso a loro modo lo stesso bisogno, la stessa necessità. Hanno scritto, letto, educato. Hanno governato salotti conversando, seducendo e formando nuove generazioni.
“Perché sono milioni di anni che le donne siedono in quelle stanze, cosicché ormai le pareti stesse sono intrise della loro forza creativa, la quale ha sopraffatto a tal punto la forza dei mattoni e della malta che deve per forza attaccarsi alle penne e ai pennelli e agli affari e alla politica. Ma tale forza creativa differisce enormemente dalla forza creativa degli uomini. E si deve concludere che sarebbe mille volte un peccato se essa venisse ostacolata o sciupata, perché era stata conquistata con secoli della più drastica disciplina e non c’è niente che possa prenderne il posto. Sarebbe mille volte un peccato se le donne scrivessero come gli uomini o vivessero come gli uomini o assumessero l’aspetto di uomini, perché se due sessi sono insufficienti, considerata la vastità e la varietà del mondo, come faremmo mai con uno solo? Non dovrebbe forse l’istruzione fare emergere e rendere più salde le differenze anziché le somiglianze? Perché di somiglianze ne abbiamo già troppe, e se un esploratore dovesse tornare recando notizia della presenza di altri sessi che ci spiano attraverso i rami di altri alberi, in altri cieli, niente sarebbe più utile di questo all’umanità; e noi avremmo per giunta l’immenso piacere di vedere il Professor X precipitarsi a prendere i suoi regoli misuratori per dimostrare di essere ‘superiore’”. Questa è una parte di una citazione bellissima dal libro di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, che ho utilizzato nel ragionamento che segue per testimoniare lo straordinario lavorio di vita e di storia costruita a modo loro dalle donne, la necessità di raccontarla a tutti e con tutti, attraverso la comunicazione e l’educazione:
“In questo ‘accumularsi di vita non registrata’ c’è la ricchezza e il dramma delle vite femminili ancora tutte da raccontare e, prima, da interpretare personalmente; ma c’è anche la rumorosa e variegata esperienza e conoscenza del mondo dei bambini e dei ragazzi, che attende di essere ri-conosciuta e accolta come valore che fa la differenza. C’è ancora, direi, il bisogno diffuso e profondo di ognuno di vedersi com-preso e accolto per la sua differenza piuttosto che per la sua somiglianza, bisogno per lo più inconsapevole, se è vero che le persone sono più portate a dissimulare identità riconoscibili e accettate come omogenee, piuttosto che ad interpretare con orgoglio la propria differenza.
Una questione di portata generale che non riduce la consistenza della questione femminile ancora aperta, anzi, mi pare la faccia emergere in tutta la sua complessità come un problema educativo di straordinaria rilevanza universale”.
Buona fortuna a tutte e a tutti.
* Docente all’Università Roma Tre - o.martini@uniroma3.it

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